la pH-metria
esofagea misura la concentrazione idrogenionica a
livello dell’esofageo e rappresenta il miglior test
clinico per individuare una eccessiva esposizione acida a
livello dell’esofago terminale, valutare l’efficacia
di una terapia antireflusso, valutare se il sintomo avvertito
da un paziente è dovuto ad un reflusso acido. |
Quest’ultimo viene attualmente definito come una riduzione
del pH esofageo al di sotto del valore soglia pari a 4.
Recentemente è stato introdotto un nuovo concetto molto
importante dal punto di vista fisiopatologico: se un ulteriore,
successivo episodio di reflusso si presenta prima che il materiale
acido refluito in occasione di un precedente episodio venga
clearato a livello dell’esofago terminale, si configura
il cosiddetto re-reflusso acido.
Per definizione questo tipo di episodio non può essere
riconosciuto mediante una pHmetria esofagea standard. Pertanto,
si è cercato di ovviare a questa lacuna modificando
la definizione di rereflusso e stabilendo che tale evento
si configura come una ulteriore caduta del pH esofageo di
almeno 1 unità quando il valore è ancora persistentemente
sotto 4.
Tuttavia, anche mediante tale artifizio classificativo, solo
il 35% dei rereflussi può essere individuato, poichè
spesso i rereflussi si succedono a brevissimi intervalli di
tempo e la caduta di pH è spesso inferiore ad 1 unità.
Tutto ciò riveste una particolare importanza in quanto,
sottostimando il numero totale di reflussi acidi, non è
possibile definire quante volte la barriera antireflusso non
abbia funzionato correttamente.
Analogamente, non è possibile valutare il reale tempo
di clearance, cioè il tempo impiegato dai diversi meccanismi
antireflusso, per riportare il pH esofageo a valori superiori
a 4. Tali considerazioni rendono evidente come, in tali condizioni,
anche il calcolo dell’indice di De Meester può
risultare non corretto.
Una soluzione a tali problematiche è costituita dall’impedenziometro
multicanale intraluminale (MII), un sistema di rilevazione
intraluminale in grado di differenziare sulla base di una
modificazione dell’impedenza rilevata attraverso una
coppia di elettrodi posizionati in esofago, la presenza di
un flusso di contenuto gastrico in esofago.
Tale sistema, in associazione con un pHmetro, è in
grado quindi di individuare, da un lato, quegli episodi di
reflusso non acido in pazienti in terapia con PPI e di correlarli
ai sintomi presentati dal paziente; dall’altro, consente
di individuare accuratamente sia i reflussi, sia i rereflussi
acidi e permette una quantificazione dei fallimenti del LES
come barriera antireflusso.
Infine, l’MII consente di individuare
i reflussi nonacidi nel periodo postprandiale precoce: tali
episodi si verificano a causa di una distensione del fondo
gastrico ad opera del pasto, sono di natura non acida e rappresentano
il 45% dei reflussi.
In conclusione, quindi, l’associazione dell’MII
con la pHmetria consente di misurare realmente qualsiasi
episodio di reflusso, poiché ogni tipo di reflusso
viene individuato attraverso una modificazione dell’impedenza
intraesofagea, (come movimento retrogrado di un bolo) e la
natura acida e non acida del materiale viene categorizzata
dal pHmetro.
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